GIOVENTU’ DEL POPOLO DELLA LIBERTA’

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

lunedì 13 febbraio 2012

Cosa c'è stato dopo le foibe?

di Marco Pirina



Documenti sconvolgenti sulla verità storica delle foibe - pulizia etnica del popolo veneto - campi di concentramento italiani - comunisti - accordo per eliminare i veneti da Istria e Dalmazia - Partigiani e colpo di stato - falso 25 aprile

Se l’inverno fa paura allora l’Italia ha perso il contatto con la realtà.

di Massimo Fini


In questi giorni quasi tutti i telegiornali hanno aperto con il freddo che ha investito l’Italia per le correnti che provengono da est. Il metereologo è diventato il protagonista. Uno di questi servizi titolava: «Neve a Milano, tre gradi sotto zero». Vivo a Milano da più di sessant’anni e da noi l’inverno, soprattutto da fine dicembre a metà febbraio, è sempre stato freddo. Le temperature oscillano, di giorno, da più uno a meno uno e naturalmente la notte scendono. Ma ci sono state anche parecchie annate in cui di giorno faceva meno sette. Noi ragazzini giocavamo tranquillamente al pallone (correndo ci si riscalda, semmai il problema ce l’aveva il portiere che saltellava davanti alla porta in attesa di un tiro che gli scaldasse le mani, spesso nude perché eravamo poveri e non potevamo permetterci i guantoni). A Milano la neve qualche annata arriva, in qualche altra no. Quando c’era per noi era una festa. Si giocava a palle di neve, fra di noi e, se facevamo le elementari, anche con i genitori che ci venivano a prendere. Si era allegri. Il freddo e la neve erano il nostro habitat naturale, come la nebbia. A mia memoria non ricordo che le scuole siano mai state chiuse per neve (magari, ci avrebbero regalato una bigiata collettiva e autorizzata, ma certamente non l’avremmo sprecata standocene rinchiusi in casa). Fa eccezione l’inverno del 1985 quando vennero giù tre mesi di neve. La città si paralizzava: si vedevano gli autobus arancioni, vuoti, fermi di traverso in mezzo alla strada. Fu bellissimo. Non solo per il silenzio, ma un silenzio ovattato, accogliente, non quello metafisico, da quadro di De Chirico, della Milano d’agosto, ma perché gli uomini, e non le automobili, erano ridiventati i protagonisti della propria città. Poiché le abituali attività quotidiane erano diventate difficili si era ricreata fra la gente, che di solito manco si salutava, una solidarietà spontanea. Ci si aiutava, ci si dava una mano. Rischi veri non ce n’erano, bastava fare attenzione dove si mettevano i piedi. L’unico pericolo erano i lastroni di ghiaccio che venivan giù dai tetti, ma camminavamo, liberi, in mezzo alla strada perché non c’erano le macchine.
Adesso di uno spruzzo di neve si fa un dramma, fa notizia la bora a Trieste (ma quando mai a Trieste non c’è stata la bora?). Credo che a noi italiani farebbe molto bene una guerra. Per recuperare una gerarchia fra le cose che devono preoccupare e quelle che sono irrilevanti e, se si vuole, anche una gerarchia dei valori. Bambino nella Milano sventrata del dopoguerra vedevo i tram zeppi fino all’inverosimile, con la gente sui predellini aperti e qualcuno attaccato, dietro, al filo del troller. Chi era scampato ai bombardamenti angloamericani e ai rastrellamenti tedeschi non si preoccupava certo di poter cadere dal tram e farsi la bua. Oggi, in una situazione analoga, arriverebbe la polizia e magari anche Equitalia a multare chi non è riuscito a pagare il biglietto.
Il benessere ci ha reso nevroticamente tremebondi. Ci assicuriamo su tutto (la casa, gli incendi, i terremoti, la vita) e poi ci riassicuriamo sull’assicurazione (una specie di “future” esistenziale). Tutto ciò che esce dalla norma, che non esiste perché, grazie a Dio, la vita è caos, ci manda in fibrillazione. Tutto diventa un problema. Se c’è un inverno tiepido com’è stato, fino a ieri, quello di quest’anno è a rischio il business degli impianti sciistici perché manca la neve. Ma se poi finalmente la neve arriva, una spruzzatina a Milano diventa un dramma, una notizia da prima pagina.

domenica 12 febbraio 2012

12 mesi alla terza guerra mondiale?


Ahmadinejad
Continuano le provocazioni nei confronti dell’Iran che pensa, per tutta risposta, ad un embargo petrolifero nei confronti dell’Europa. Gli USA hanno diramato la notizia circa il fatto che Teheran sarebbe in grado di costruire una bomba atomica nel giro di 12 mesi ed hanno chiesto al Congresso di stanziare 82 milioni per costruire dei super-ordigni in grado di penetrare nei bunker atomici iraniani, che sembrano non funzionare. Ma hanno già pronta l’alternativa: bombardare le entrate e le uscite delle centrali nucleari. Insomma, gli USA continuano con la guerra mediatica visto che causa elezioni è meglio non avventurarsi nella guerra vera.

Dall’Iran la minaccia atomica: “Avranno la bomba in 12 mesi”

di Glauco Maggi


Gli iraniani potrebbero essere in grado di mettere a punto un ordigno nucleare entro 12 mesi. L’allarme arriva da Leon Panetta, segretario americano alla Difesa, in un’intervista a ‘60 Minutes’ di CBS News: “È opinione generale che se decidessero di farlo, impiegherebbero probabilmente circa un anno per riuscire a produrre una bomba e poi forse uno o due per installarla su un vettore di qualche tipo”. “Gli Stati Uniti - ed il presidente lo ha detto chiaramente - non vogliono che l’Iran sviluppi una bomba nucleare, ha affermato ancora Panetta. Per noi si tratta di un limite che non deve essere superato, e lo stesso è ovviamente per gli israeliani e quindi condividiamo un obiettivo comune. Gli Stati Uniti - ha infine chiarito - adotterebbero qualunque misura necessaria” per fermare l’Iran nel caso in cui ricevessero informazioni di intelligence secondo cui l’Iran starebbe procedendo in questa direzione. “Nessuna opzione è esclusa”. Nemmeno quella di una ’superbomba’ in grado di distruggere i bunker atomici di Teheran di cui vi diamo conto nell’articolo che segue.
La settimana scorsa Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, aveva detto che «tutte le opzioni sono sul tavolo» per impedire a Teheran di entrare nel club nucleare. Non sono parole vuote. Il Pentagono ha segretamente chiesto al Congresso, riporta il Wall Street Journal, 82 milioni per finanziare il programma di Super Bombe necessarie a distruggere l’arsenale di Ahmadinejad. I capi militari si sono convinti che le bombe anti-bunker di cui dispongono ora sono insufficiente a penetrare le fortificazioni che proteggono le operazioni di arricchimento dell’uranio e di allestimento dei vettori. Finora la Boeing ha prodotto per la Difesa una ventina di ordigni, al prezzo di 330 milioni, chiamati MOP, Massive Ordnance Penetrators. Pesano da 30mila libbre, circa 15 mila kili, ma il loro nomignolo «distruggi bunker» non corrisponde più al vero.
Questi «penetrators», infatti, devono riuscire a sfondare la cortina di rocce, acciaio e cemento e a esplodere solo dopo aver raggiunto il vero obiettivo, la base atomica sottostante. Il ministro della Difesa Leon Panetta ha confermato al WSJ «che stiamo tentando di sviluppare» queste bombe più efficaci, anche se un portavoce del Pentagono ha poi precisato che simili armi «non intendono mandare segnali ad uno specifico Paese ma sono una dotazione che crediamo sia indispensabile nei nostri arsenali».
La realtà è che i militari Usa hanno rilevato qualche problema nel verificare il successo di queste bombe anti-bunker durante i primi test di funzionalità penetrativa. E la base iraniana a Fordow, sepolta  in una montagna circondata da una fitta batteria-antiaerea e iperfortificata, richiede un ordigno particolarmente potente. Quanto potente è difficile dire, perché la resistenza dipende anche dalla densità e dal tipo di rocce che fanno da protezione naturale, e questi dati non sono noti al 100%. I nuovi finanziamenti chiesti dal Pentagono, in un momento in cui  il presidente ha annunciato tagli al budget militare per quasi 500 miliardi di dollari, e l’ala di sinistra del suo stesso partito ha chiesto addirittura alla Casa Bianca di ridurre il budget di 900 miliardi, testimoniano della urgenza che il governo Usa dà all’Iran.
Oltre alla preparazione a tempo di record della nuova superbomba, Panetta sta preparando una strategia articolata, anche con bombardamenti tradizionali alle bocche di entrata e di uscita delle basi. Danni seri all’accesso agli impianti, comunque, avrebbero l’effetto di fermare i lavori e di rallentare la costruzione della bomba. Che i venti di guerra su Teheran soffino più forte nelle ultime settimane è confermato dal New York magazine domenicale. Sotto la copertina «Israele contro Iran», si sostiene che per la prima volta ci sono le tre condizioni indispensabili per un attacco di Tel Aviv: la capacità militare tecnica di Israele di colpire e quella politica di sopportare le conseguenze; il supporto tacito degli Usa; l’esaurimento delle vie diplomatico-economiche per impedire a Teheran di farsi la bomba.

Fonte: Libero.it

sabato 11 febbraio 2012

Foibe: il giorno dell’amnesia.

di Marcello de Angelis


Monti ha scelto il giorno del ricordo delle foibe per fare una passeggiata a Wall Street, così da evitarsi di partecipare a qualsiasi celebrazione. A causa del maltempo atmosferico – ma soprattutto del maltempo politico – quest’anno le Foibe sono tornate ad essere un simbolo di identità negata solo per alcune minoranze, tornate ad essere marginalizzate e tollerate a stento. Un ricordo dei familiari dei 300mila esuli, scappati dalla pulizia etnica del Compagno Broz Tito e trasportati attraverso l’Italia chiusi in treni che saltavano le fermate perché l’allora potentissimo Pc aveva mobilitato migliaia di militanti per insultare i profughi e impedire che fossero rifocillati. Secondo l’Italia di Togliatti, chi scappava dalla slavizzazione era un traditore della causa socialista. O un pazzo che rifiutava l’opportunità – sognata da milioni di compagni italiani – di vivere sotto il giogo comunista. Il 10 febbraio è tornato ad essere un giorno celebrato quasi solo a destra e nelle città dove forte è la presenza dei discendenti delle vittime. La nuova Italia ha voltato le spalle ai martiri che scelsero la morte pur di restare italiani. Non dovrebbe stupirci. La fine del governo di centrodestra ha riaperto le gabbie della faziosità italiana più infame. Ieri c’è chi, in scuole e università, ha organizzato persino party con prodotti jugoslavi per festeggiare le imprese di Tito. L’anno si è aperto con il tentativo di impedire le celebrazioni in ricordo dei ragazzi di destra ammazzati negli anni Settanta. Continua con la cancellazione del ricordo degli infoibati. Povera Italia, in che mani l’abbiamo fatta finire…

Le foibe? Caro presidente, furono i comunisti...

di Marcello Veneziani


GIORGIO NAPOLITANO
Presidente Napolitano, mi dispiace, ma non ci stiamo. Ricordando ieri le foibe lei se l’è presa con «le derive nazionalistiche europee», attribuendo a esse l’eccidio di migliaia di istriani, dalmati e dei partigiani bianchi.

Ma le cose, lei lo sa bene, non stanno così. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani. Lei non ha mai citato il comunismo a proposito delle foibe.

È come se nella giornata della Memoria, celebrata pochi giorni fa, non citassero mai il nazismo ma se la prendessero con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nella caccia e nello sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole e va citato per nome: il nazismo per la shoah e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Lo sterminio degli italiani e la loro espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista, poi la guerra dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi, quindi la guerra etnica contro gli italiani. Non salti i due precedenti passaggi e abbia l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti. Il nazionalismo in questo caso c’entra assai meno, tant’è vero che i collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani. Con tutto il rispetto che merita, e persino la simpatia, non ricada nel dimenticazionismo.

venerdì 10 febbraio 2012

CARNE E SANGUE DELL'ITALIA...

10 Febbario Giornata del Ricordo

OGNI VERO ITALIANO E' ANCHE 

ISTRIANO, DALMATE E GIULIANO... 
Io non potrò mai dimenticare le atrocità subite dai miei fratelli connazionali dalla folle barbaria comunista titina con la complicità dei partigiani comunisti!

 IO NON SCORDO IO MIEI FRATELLI!


Pagine di Storia:
FOIBE
FOIBE: UNA STORIA DA NON DIMENTICARE!
POESIA IN RICORDO DEI MARTIRI DELLE FOIBE.

giovedì 9 febbraio 2012

IO MI CHIAMO PAOLO DI NELLA ...


"Sicuramente i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gioia come del pericolo. E tuttavia l’affrontano."
Onore a Paolo Di Nella, caduto per l'Italia!


È strano morire ventenni. Quando si è appena concluso lo sfasamento dell'adolescenza, ma è ancora troppo presto per avere la stabilità degli uomini, nell'ottica adulta. A ventanni si cerca ancora di costruire la propria identità sociale e psicologica, è l'età in cui si cercano i nuovi appoggi ideologici, pubblici, universali, associativi, cui aggrapparsi, dopo aver distrutto i precedenti che in fin dei conti non sono mai appartenuti a te, ma a chi ti ha messo al mondo. Avevo 20 anni quando ho lasciato l'Italia dei primi Anni Ottanta. L'ho fatto in silenzio, nella pace del sonno, e con il cranio fracassato. 

Sono romano, aderente al Fronte della Gioventù. La notte del 2 febbraio 1983 affiggevo con Daniela alcuni manifesti che incitavano alla protesta per l'esproprio di Villa Chigi. Arrivato nello spartitraffico di Piazza Gondar, ho fatto un solo errore: ho dato le spalle a due ragazzi che alle 24.45 aspettavano l'autobus… Ma l'autobus a quell'ora mica passava… Il rumore di passi veloci alle mie spalle, una corsa forse… Un gran dolore alla testa, tanto calore, lo stordimento forte, pesante, insistente… Come un grande coccio di vetro piantato sul capo. Cammino verso l'auto dove Daniela a bocca aperta aveva visto tutto, parliamo un po’. «C'è da pulire la ferita», fa lei scossa. Il sangue defluisce, cerco di fare quello che posso alla fontanella. Poi la decisione di tornare a casa. La ferita fa male, mi lamento, mamma e papà sentono.

Lì, scivolo via dalla vita. Sguscio in un riposo innaturale, mentre mamma chiama l'ambulanza e piange. Papà mi chiama, cerca di riportami da lui, mi prende la mano, la scuote. Ma è troppo tardi, sono già lontano. Lo chiamano 'coma'. Io sono finito nel 'coma', così dicono i dottori ai miei genitori, che dicono anche che l'indomani mattina mi operano. Sono nudo nella sala operatoria e m'hanno rasato i capelli: ho due ematomi e un tratto di cranio fratturato. Chi è stato? La domanda viene fatta a Daniela che è l'unica ad aver visto tutto quello che mi è successo. Il dottor Marchionne, che è il dirigente della Digos romana che si occupa del caso, del mio caso, però sembra più interessato a che facevamo noi nel Fronte della Gioventù: vuole i nomi di chi c'era dentro, vuol sapere che ci dicevamo, quali erano i rapporti fra i noi e i dirigenti… Lei risponde a tutto, poi d'un tratto Marchionne esclama: «Faida interna!». Che vuol dire? Che a colpirmi è stato qualcuno che si sedeva accanto a me alle riunioni del Fronte? Ma che dice? Perché? È impossibile.

Il Presidente della Repubblica viene a trovarmi all'ospedale, mi sfiora la mano. Lo fa come un padre, dicono che abbia un caratteraccio, non c'ho mai creduto. Poi dopo 7 giorni di 'coma' io muoio. A Dio, gli ci son voluti 7 giorni per creare il mondo. A me 7 per lasciarlo. I miei amici mi stanno vicino, fanno striscioni con il mio nome. Qualcuno li strappa, qualcuno scrive 'sono stato io' sui muri. Ci sono perquisizioni nelle case dei Collettivi Autonomi di Valmelaina e dell'Africano. Un nome torna sempre: Corrado Quarra. Daniela dice che è lui, l'ha riconosciuto. Ha aggredito anche altri ragazzi con la spranga. Daniela poi dà la descrizione dell'altro ragazzo. Qualcuno dice che l'identikit descrive Luca Baldassarre. Daniela in un confronto all'americana indica un ragazzo che pensa sia Baldassarre. Marchionne ride: «Vedi, il giovane da te riconosciuto non è Baldassarre, ma un amico scelto appositamente per la grande somiglianza». Il giudice istruttore Calabria, che pure si occupava dell'indagine si fa beffe di Daniela: «Se hai sbagliato il secondo riconoscimento puoi anche aver sbagliato il primo». Quarra viene scarcerato, lo si proscioglie dalle accuse, poco prima di Capodanno, così ha il tempo di festeggiarlo con la sua famiglia. Io, invece, qui mi sento solo. M'hanno rubato i Capodanni, m'hanno rubato la mia mamma e il mio papà… Il mio nome? Io mi chiamo Paolo Di Nella e sono morto in silenzio, nella pace del sonno, e con il cranio fracassato.


PAOLO VIVE


A 29 anni dal suo sacrificio noi non dimentichiamo!

"E un’altra gioventù possa poi ricominciare e nella mia vita possa ritrovare un motivo, una ragione per continuare a lottare per la giustizia, la libertà e l’Onore."                                                                  PAOLO, tu sei quel motivo, quella ragione per continuare a lottare!                                                PAOLO tu sognavi il mio sogno, e sei morto!
PAOLO... PRESENTE!


Pagine di Storia:
Paolo Di Nella.
In ricordo di Paolo Di Nella

mercoledì 8 febbraio 2012

Ritirate il premio Nobel "preventivo"



Questo è quello che potrebbe sentirsi dire Obama dalle Fondazione Nobel, ente preposto all’assegnazione dell’omonimo premio, che grazie ad una denuncia di un ricercatore per la pace norvegese, è stata costretta ad aprire un’inchiesta sulle ultime tre assegnazioni del premio Nobel per la Pace, tra le quali quella di Obama. Il premio per la pace, infatti, va a personaggi che si sono distinti per azioni a sostegno della fratellanza tra i popoli, all’impegno per la riduzione degli interventi armati come mezzo di risoluzione di conflitti. Non dovrebbe - il condizionale è d’obbligo - andare a chi fomenta l’odio e le guerre nel mondo. Il paradosso è che, ad oggi, Obama è intervenuto bombardando la Libia, non ha chiuso il carcere di Guantanamo, l’esercito statunitense rastrella e bombarda ancora l’Afghanistan sconfinando anche in Pakistan, minaccia l’Iran e la Siria, ha bloccato i negoziati tra Palestina e Israele e sta installando lo scudo spaziale contro la Russia nel cuore dell’Europa. Quali sarebbero, dunque, i suoi meriti per la pace?

A Barack Obama potrebbe essere ritirato il premio Nobel. È stata aperta un’inchiesta ufficiale sui premi per la pace consegnati negli ultimi tre anni, uno dei quali, appunto, è andato all’attuale presidente degli Stati Uniti. L’indagine è stata avviata dopo le ripetute lamentele di un ricercatore per la pace norvegese, secondo cui l’obiettivo originale del premio è sempre stato quello di diminuire il ruolo del potere militare nelle relazioni internazionali, cosa che gli ultimi premiati non avrebbero fatto.

Negli ultimi anni i campioni della pace sono stati Barack Obama (2009), il dissidente cinese Liu Xiaobo (2010) e il presidente liberiano Ellen Johnson Sirleaf, l’attivista liberiano Leymah Gbowee e Tawakkul Karman dello Yemen (2011). Secondo il ricercatore Fredrik Heffermehl, «Nobel intendeva premiare i campioni della pace. Senza dubbio aveva in mente i movimenti che la promuovono sviluppando le relazioni internazionali». Ma, come ha aggiunto all’Ap, «vi sembra che Obama abbia diminuito i mezzi militari come argomento nelle relazioni internazionali?». La polemica non è una nuova, visto che l’assegnazione “preventiva” del premio a Obama, ad appena un anno dalla sua elezione alla Casa Bianca, aveva fatto molto discutere. Secondo la definizione dello stesso Nobel, il premio dovrebbe onorare chi «lavora per la fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti e per la promozione di congressi per la pace».

L’accusa di aver tradito l’intento originale del premio è stata inviata ufficialmente per lettera alla Fondazione Nobel di Stoccolma, che farà le sue indagini e forse prenderà i dovuti provvedimenti. In ogni caso, la polemica sembra abbastanza sterile se poi viene indicato Al Gore come esempio di premio ben assegnato: uno che, per intenderci, dopo aver preso il Nobel per meriti ambientali ha ammesso di avere «incentivato il biofuel solo per scopi politici: ho fatto questo errore perché prestai particolare attenzione agli agricoltori del mio Tennessee. E a quelli dell’Iowa: perché allora correvo per la presidenza». Bell’esempio.

Fonte: Tempi.it 

martedì 7 febbraio 2012

Parola al Popolo Sovrano.



In un Europa allo sbando, che va a fondo, recuperare l’identità e la fierezza nazionale, la consapevolezza delle proprie radici, armonizzarle all’interno dell’ Europa dei Popoli, può rappresentare l’unica via per la salvezza. Bisogna ridare fiato a tutte le potenzialità del nostro Paese, affidarne il destino ad una classe dirigente capace, che non sia un residuato bellico della I Repubblica e che soprattutto sia all’altezza del duro compito che l’aspetta, quello di ristabilire il primato imprescindibile della politica sull’economia. Largo ai giovani si direbbe in questi casi. Largo alle competenze al servizio della collettività e non delle banche sarebbe più giusto dire invece. Se poi son giovani competenze meglio ancora. Non prendiamoci in giro, l’Europa Unita così com’è non funziona e non funzionerà mai. Mera area di bivacco per finanzieri, affaristi e lobbysti senza scrupoli, così oggi si presenta senza alcuna maschera agli occhi di chi la vive. Nata per evitare che dalle macerie del secondo conflitto mondiale ne prendesse vita subito un terzo (così come d’altronde il secondo ha preso vita dalle tensioni irrisolte del primo) ha assolto bene a questo compito all’apparenza, nella misura in cui dalle conquiste a suon di bombe e missili si è passati a quelle a suon di spread, agenzie di rating e quant’altro.

La Grecia e l’Italia son già cadute. Già l’Italia. Forse abbiamo un po’ vergogna a dirlo, ma il nostro in questo momento è un paese occupato, che ha rinunciato alla propria sovranità nazionale. Riappropriarsene dando parola ai cittadini è il primo passo obbligato per uscire dal pantano e dal puzzo del Governo dei tecnici e dei finti pianti al servizio dei grandi potentati economici. Ci vorrebbe un po’ di coraggio Ungherese per dire no all’Italia ed all’ Europa dei banchieri e ridare subito, nel nostro Paese, la parola al Popolo Sovrano.

lunedì 6 febbraio 2012

FIRENZE, 4 FEBBRAIO: UNA CAPARBIETA' E UN AMORE SCONFINATI ...








Anche quest’anno il corteo per i martiri delle foibe c’è stato. Accanto a Casaggì e alla Giovane Italia hanno sfilato molti uomini liberi, stanchi di vedere negata una pagina di storia che migliaia di innocenti hanno scritto col sangue. Nonostante la neve che ha bloccato decine di pullman e impedito la partecipazione di centinaia di persone da tutta Italia e la presenza di Giorgia Meloni, che però andrà a Firenze tra pochi giorni e farà visita a Casaggì; nonostante il freddo siberiano che ha costretto molti fiorentini a casa; nonostante le vibrate proteste di chi, come da consuetudine, ha organizzato un contro-corteo per inneggiare a Tito e agli sterminatori degli italiani; nonostante i mille imprevisti e le disposizioni delle Questura che fino a qualche giorno fa non sapeva se avrebbe potuto garantire al meglio l’ordine pubblico ed ha infine spostato la partenza della marcia. Il corteo c’è stato, perché così doveva essere. C’è stato perché aveva come scopo quello di ricordare, senza lasciarsi andare a strumentalizzazioni di sorta. C’è stato e insieme a noi c’erano centinaia di persone, oltre alle realtà organizzate come Giovane Italia e CasaPound.

Come da tradizione un fiume di tricolori ha sfilato silenziosamente per ricordare le trentamila vittime della follia titina e i trecentocinquamila esuli fuggiti dal confine orientale. Un composto fiume di persone, senza nessun simbolo di partito o di movimento. Chi non è potuto scendere in piazza con noi, dalle strade che abbiamo percorso, ha comunque voluto salutare il nostro passaggio affacciandosi alla finestra e sventolando il tricolore in segno di vicinanza e di solidarietà: gesti semplici, ma ricchi di significato, di voglia di partecipare, di volontà di condividere, di non volersi piegare ad un senso comune che vorrebbe relegare la nostra storia nel dimenticatoio e classificare i morti in serie, uccidendo ancora una volta chi trovò la morte per mano degli infoibatori comunisti.

Una grande giornata, fatta di sacrifici e di dignità, di grande amore e di forte passione. Una giornata che Casaggì ha preparato accuratamente, che ha promosso con una mobilitazione che a Firenze non si vedeva da tempo, affiggendo migliaia di manifesti e inondando di volantini i quartieri, le scuole e le facoltà della città e della provincia, dormendo al freddo sul pavimento di una sezione accanto ad un secchio di colla, sfidando la rabbia e l’odio di chi non può capire, come a voler prendersi con l’entusiasmo di sempre quell’agibilità totale e sacrosanta che in molti hanno messo in discussione con futili pretesti. Una giornata che ha dato lezioni di stile e di caparbietà a quanti, con ogni mezzo e da ogni parte, avevano provato ad impedirne lo svolgimento. Il contro-corteo, organizzato dai centri sociali strumentalizzando brutalmente la morte dei due senegalesi uccisi lo scorso 13 dicembre, è andato letteralmente deserto e si è sciolto dopo aver percorso poche strade, segno evidente dello scollamento che si è ormai creato tra la gente comune e chi vive con le lancette dell’orologio indietro di qualche decennio.

Ancora una volta siamo passati.

venerdì 3 febbraio 2012

FOIBE: GRANDE CORTEO A FIRENZE - 4 FEBBRAIO 2012.



Anche quest'anno un grande fiume tricolore sfilerà, composto e unito, per le strade di Firenze. Il ricordo dei martiri italiani, lanciato dalla destra politica, chiamerà a raccolta tutti quegli italiani che sentiranno forte il richiamo della Verità, del Ricordo, dell'Etica, dell'amor di Patria e della Giustizia.

Ricorderemo le decine di migliaia di innocenti che, per non rinnegare la propria italianità, furono massacrati a gettati vivi nelle cavità carsiche del confine orientale per mano dei partigiani comunisti di Tito. Ricorderemo le migliaia di esuli costretti alla fuga, umiliati, vessati e perseguitati dall'odio.

Metteremo simbolicamente fine a quel silenzio assordante che per decenni ha avvolto questa orribile pagina della nostra storia, con la copertura dei gendarmi dell'ideologia marxista. Onoreremo al meglio la "Giornata del Ricordo", istituita nel 2004 in memoria dei martiri delle foibe e dei 350.000 esuli istriani, giuliani e dalmati.

Saremo in piazza, insieme e senza simboli di partito, per rendere omaggio ai nostri martiri e costruire una coscienza di popolo viva e trasversale. Saremo in piazza per ricordare tutte le vittime del comunismo, nel nome della nostra identità nazionale. Ci saremo per porre fine all'odio e al rancore, per non dimenticare, per ribadire che non esistono morti di "serie b".

Saremo in piazza, con Giorgia Meloni e moltissimi altri ospiti, per una marcia silenziosa e tricolore, che si concluderà con le testimonianze e gli interventi di chi ha vissuto quell'immane tragedia e di chi, oggi, ha il compito di non farla passare sotto silenzio.

La coscienza di popolo è più forte della coscienza di classe. L'identità nazionale è più forte di ogni dogma ideologico. Il ricordo dei martiri è più forte dell'oblio dei carnefici. L'amore per l'Italia è uno splendido atto di libertà. 

SABATO 4 FEBBRAIO 2012
PIAZZA SAVONAROLA ORE 17
CORTEO IN RICORDO DEI MARTIRI DELLE FOIBE
con Giorgia Meloni

giovedì 2 febbraio 2012

Foibe. La memoria ancora vietata.

di Marcello De Angelis.


A tutt’oggi, malgrado l’istituzione per legge di una giornata del ricordo per le vittime degli infoibamenti, poco si sa e poco si dice del massacro di migliaia di italiani sul confine orientale negli ultimi mesi della guerra e subito dopo. Per molti si tratta di una tragedia “regionale”. Si parla di “giuliano-dalmati”, come se non fossero italiani. Molti, ancora e impunemente, sostengono che le vittime siano state poche centinaia e che fossero tutti criminali fascisti, giustiziati dai croati per vendetta. Non a caso la giornata celebrativa non venne ascritta alla “memoria”, elemento oggettivo, ma solo al “ricordo”, più parziale e intimistico. La scelta del giorno – il 10 di febbraio – fu un errore, perché troppo vicina alla “giornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto”. Questa vicinanza, oltre a provocare un inevitabile quanto assurdo paragone che fa dei numeri dello sterminio italiano poca cosa in confronto a quelli immani del genocidio degli ebrei europei, dà l’estro strumentale quanto ignobile ai nostalgici di Tito per indicare quello degli infoibati come un ricordo “di parte” o addirittura alternativo a quello del 27 gennaio. In quest’ottica, anche quest’anno, la sinistra violenta ha annunciato una mobilitazione per impedire il corteo silenzioso previsto per sabato 4 a Firenze. La Questura, che ha autorizzato il contro-corteo, ha parlato di contrapposizione tra “opposti estremismi”, mettendo sullo stesso piano chi celebra il ricordo di migliaia di inermi vittime dell’odio anti-italiano e chi inneggia a Tito e fa apologia del genocidio. Questa è l’Italia del dopo Berlusconi. Bentornati al “Paese normale”.

Il Blog di ByRos cambia indirizzo...


BY ROS
Per gli appassionati lettori di Rosario Rizzuto alias ByRos, Giornalista e fotografo molto attento, vi informiamo che il suo blog non si trova più al solito indirizzo
http://www.byros.splinder.com, 
poichè Splinder ha chiuso definitivamente la sua piattaforma.


Pertanto lo troverete al nuovo indirizzo:
http://byros.daonews.com/


mercoledì 1 febbraio 2012

BANKITALIA. RAMPELLI-MARSILIO (PDL): IL GOVERNO ACCOGLIE ODG PER IL RITORNO IN MANO PUBBLICA DELLA PROPRIETA'.



Quando la politica si trasforma in azione:

"Il governo ha accolto l'ordine del giorno n. 62 collegato al decreto Milleproroghe, a firma Rampelli, Marsilio e Maurizio Turco (Radicali), che impegna l'esecutivo a dare corso a quanto disposto dalla legge 262 del 2005, che disciplina il settore del risparmio e dei mercati finanziari, per la parte che riguarda il ritorno in mano pubblica dell'intera proprietà della Banca d'Italia. La legge aveva infatti previsto questo obiettivo, delegando il ministero dell'Economia ad adottare un regolamento in merito entro il 2008. I governi che si sono succeduti negli anni hanno fatto scadere il termine senza giungere ad alcun risultato. Ma la legge continua a prescrivere che la proprietà della Banca d'Italia debba essere detenuta al 100% da soggetti ed enti pubblici, mentre oggi solo una minotanza delle quote è in mano pubblica, essendo tutto il resto di proprietà delle banche private.
"E' arrivato il momento di far rispettare la legge - commentano Rampelli e Marsilio - e di riportare la proprietà della nostra Banca centrale in mano pubblica. Un'operazione che serve a rendere più trasparente e più autorevole il ruolo di via Nazionale, e a sgombrare definitivamente il campo da ogni sospetto sull'influenza che le banche proprietarie possono avere sull'Istituto che ha il compito di vigilarne l'attività"

"ACAB" non è il film che cercate. La recensione.



Il film è tratto dal libro di Carlo Bonini, al centro di moltissime polemiche dal giorno della sua uscita.
L'interesse e le discussioni sulla "morale" del film, stanno alzando molta polvere.
Certamente tutto questo parlare sta giovando agli incassi della pellicola di Sollima che non sarà affato scontento di questo vociferare. E' facile immaginare che, chi ha deciso di produrre questa pellicola, sapeva già in precedenza quale scandalo avrebbe creato, ma al cinema, come in televisione, le situazioni come queste portano share, incassi.

L'uscita di "A.C.A.B." nelle sale cinematografiche ha fatto esplodere molte polemiche.
C'è chi lo ha definito troppo severo nei confronti del ruolo delle forze dell'ordine e chi crede abbia reso troppo coraggiosa la figura degli uomini in divisa.

Ciò che non è piaciuto del film è sicuramente la forzata caricatura dei poliziotti che amano e adorano i simboli e i concetti della fascisteria da bar.
Il disprezzo per gli immigrati, uno pseudo patriottismo e la continua messa a fuoco di simboli riconducibili all'ambiente della destra fanno sbilanciare il film sul genere fantasy trash tanto che, per un attimo, sembra di vedere "Teste rasate" di Gianmarco Tognazzi e quasi ci si pente di aver speso i sudati 8 euro. La punta dell'Iceberg si tocca quando, in una scena all'interno della caserma, appare un murales col dipinto dei legionari romani sulla roccia che, invece delle insegne imperiali,  indossano gli scudi e i caschi della celere italiana. Roba da Chiambretti night.
Si intervallano, nei 121 minuti, situazioni che riportano alla realtà e raccontano alcune tragiche storie dei nostri tempi: l'uccisione di Gabriele Sandri, gli scontri fuori dall'olimpico dopo la notizia dell'omicidio, gli eventi di Catania dove viene colpito Filippo Raciti e i continui riferimenti alla "macelleria messicana" del g8, nella scuola Marescallo Diaz di Genova.
Purtroppo l'estrema semplicità dei racconti non rende giustizia alla storia e soprattutto alla realtà.
Come mai in tutto il film la celere si scontra continuamente con teppisti da stadio che vagano tra lo skinhead anni '80 e la comune delinquenza, tralasciando il fatto che nel 70 % dei casi in cui avvengono disordini essi sono causati dalle frange della sinistra estrema? Niente... nonostante lo urlino ai 4 venti e facciano di tutto per sembrari i più cattivi, i compagni, non li prende sul serio nessuno.
Altra nota negativa per il film che, anche qui, pecca di non originalità è il "ritorno alla realtà" con la figura di un candidato consigliere comunale, che durante la campagna elettorale per Alemanno, promette più sicurezza e più diritti per i cittadini romani, dando la sua parola a Spina, giovane recluta, che se avessero vinto le elezioni, avrebbero dato casa alla madre, cacciando via gli immigrati che la occupavano illegalmente.  I riferimenti a simboli e persone non sono assolutamente casuali ed il messaggio sembra essere abbastanza chiaro: a Roma la destra ha vinto puntando sulla questione sicurezza. Una lettura faziosa che non rende giustizia ad un evento storico come la presa del campidoglio, una lettura "cinematografica", molto pop, tanto che potremmo enunciare decine di film dove viene disegnato il candidato a sindaco "giustiziere" paladino dei diritti dei residenti! Una scena vista troppe volte.

Ottima invece sono le performance degli attori, fermo restando che non avevamo dubbi, in quanto, metà del cast proviene dalla serie sky di romanzo criminale. Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Filippo Nigro hanno dimostrato che al cinema naturalezza e capacità possono andare di pari passo.
Nonostante le critiche, possiamo dire che le ottime capacità artistiche del regista Sollima, trattengono lo spettatore sul seggiolino: gli intrecci delle storie, il clima di suspence e l'adrenalina emanata nelle scene di violenza (anche grazie ad una azzeccata scelta della musica) rendono la pellicola degna di essere vista.

Se cercate un film documentario che racconti la realtà con gli occhi di un poliziotto o quelli di un "nemico" della celere non andate a vedere A.C.A.B, non è quello che cercate.
Se amate la serie "Romanzo criminale" e vi piace vedere la realtà mischiata alla fantasia assieme ad un sacco di botte e di sangue, A.C.A.B. è il film che fa per voi.

martedì 31 gennaio 2012

TONNELLATE D’ORO CUSTODITE DA BANKITALIA: E’ L’ORA DELLA VERITA’.



In una delle puntate del programma “Ulisse” Alberto Angela compie un viaggio all’interno della “sagrestia” di Palazzo Koch, dove viene custodito dalla Banca d’Italia tutto l’oro Italiano. Almeno così ci racconta il figlio di Piero. Nel corso dell’escursione il conduttore racconta che una parte dell’oro italiano è stato esportato, per motivi di sicurezza nazionale, in tre punti strategici del globo: la Federal Reserve in U.S.A., la Bank of England e la Banca dei regolamenti internazionali a Basilea. Ma chi ha preso questa decisione? E perchè? Ma soprattutto, essendo Bankitalia una società di diritto pubblico da sempre in mano a privati (cfr. Bruno Tarquini, La Banca la Moneta, l’Usura – Ed Controcorrente), è ragionevole chiedersi a chi appartenga la proprietà dell’oro custodito nella sagrestia di palazzo Koch.


Quanto raccontato da Alberto Angela trova riscontro in un articolo di repubblica del 1/08/2009 dal titolo: L’oro italiano? A Manhattan La Fed detiene parte dei lingotti.

On. Fabio Rampelli (Pdl)
Due deputati del Popolo della Libertà, Fabio Rampelli e Marco Marsilio, dopo aver visto il programma Ulisse e l’articolo di Repubblica, hanno presentato il 19/01/2012 un’interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze per avere delucidazioni in merito.
Restiamo in fervida attesa di conoscere la risposta che, qualunque essa sia, imporrà al mondo politico italiano una seria riflessione sul ruolo delle Banche Centrali, sul meccanismo del debito pubblico e sulla creazione della moneta da parte delle stessa da almeno un secolo a questa parte.

Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-14567 presentata da
FABIO RAMPELLI
giovedì 19 gennaio 2012, seduta n.573
RAMPELLI e MARSILIO. -
Al Ministro dell’economia e delle finanze.
- Per sapere – premesso che:
da un articolo pubblicato sul noto quotidiano nazionale La Repubblica, datato 1o agosto 2009 e dal titolo «L’oro italiano? A Manhattan. La Fed detiene parte dei lingotti» si apprende che gran parte della riserva aurea italiana sarebbe custodita presso uno stabile sito vicino la Federal Reserve statunitense, a New York;
dallo stesso articolo, si evince inoltre che altri quantitativi della nostra riserva aurea, seppur minori rispetto al succitato, vengono detenuti presso la Banca d’Inghilterra e presso la Banca dei Regolamenti internazionali con sede a Basilea;
la stessa notizia viene riportata dalla trasmissione televisiva «Passaggio a Nord Ovest», noto programma di approfondimento di RAI 1, nella puntata andata in onda in data 11 settembre 2010;
dalle stesse fonti si apprende inoltre che una parte dell’oro custodito presso i forzieri della Banca d’Italia, nella sede di via Nazionale a Roma, non sarebbe sotto la nostra diretta custodia perché affidato alla Banca centrale europea -:
se quanto citato in premessa corrisponda al vero ed, eventualmente, quando e in base a quale accordo o disposizione di legge sia stata assunta una tale decisione e se tale scelta «strategica» sia ancora ritenuta funzionale agli interessi dell’Italia;
a chi appartengano la proprietà della riserva aurea detenuta a Palazzo Koch e la proprietà della riserva aurea detenuta nelle sedi estere;
se l’Italia abbia la completa disponibilità delle succitate riserve auree, sia di quella detenuta presso la Banca d’Italia, sia di quelle eventualmente detenute presso sedi estere. (4-14567)

E’ POSSIBILE SEGUIRE L’ITER DELL’INTERROGAZIONE QUI:
Bankitalia è, secondo le stime, la quarta banca centrale più ricca di riserve auree del mondo, dopo la FED, il FMI e la BUNDESBANK. Ma l’oro detenuto a Palazzo Koch è veramente di proprietà dei cittadini italiani? Quando Mr. Goldman Sachs farà rispondere al suo ministro a quest’interrogazione lo scopriremo, e ci sarà da divertirsi…



di Francesco Filini.

lunedì 30 gennaio 2012

Rulli di tamburo suonano!


“Ho sacrificato per la Repubblica Irlandese, tutto quello che un uomo ha di caro: mia moglie, mio figlio. La mia Libertà e anche la mia Vita”.
Wolf Tone


Le anime belle che predicano la correttezza politica e che ostentano una sollecita premura verso le popolazioni del terzo mondo dimenticano che anche nel cuore della vecchia Europa ci sono state storie di razzismo, di discriminazione, di violenza e di prevaricazione.
 Il più clamoroso di questi casi è quello dell’Irlanda, che ha subito secoli di invasione inglese, con qualche strascico che è arrivato ai giorni nostri.
Il giornalista Riccardo Michelucci ha scritto il libro Storia del conflitto anglo-irlandese, che è l’opera più completa e aggiornata sul tema in lingua italiana. 
Il saggio ripercorre la storia irlandese a partire dall’Alto Medioevo: fino al XII secolo l’Irlanda era divisa in piccoli regni tribali tenuti assieme da una forma primordiale di federalismo, poi nel 1155 un esercito anglo-normanno invade l’isola col beneplacito del papa Adriano IV (l’unico papa inglese della storia).
L’ecclesiastico gallese Giraldo Cambrense nel 1188 scrive due opere: Topographia Hibernica e Expugnatio Hibernica, che devono fornire un supporto ideologico all’invasione inglese. In questi testi gli Irlandesi venivano descritti come una popolazione rozza e primitiva che doveva essere civilizzata. In realtà le antiche leggi irlandesi mostrano una civiltà decisamente avanzata, che promuoveva gli studi intellettuali e che metteva al bando le pene corporali per sostituirle con ammende pecuniarie, ma la forza stava dalla parte degli Inglesi e nel corso del Medioevo la presenza inglese si consolida progressivamente. Nel 1366 vengono emanati gli Statuti di Kilkenny che abbozzano le prime forme di apartheid ai danni degli Irlandesi. Alcune infrazioni a questi Statuti erano punite con l’esproprio delle terre, una pratica che gli Inglesi utilizzeranno per secoli per annientare la classe dirigente irlandese.
Con la Riforma Protestante si introduce un ulteriore fattore di differenziazione fra Inglesi e Irlandesi. Per gli Irlandesi la fede cattolica diviene un elemento di aggregazione identitaria e l’invasione dei protestanti inglesi assume i tratti di una guerra di religione. Edmund Spenser, uno dei più grandi poeti del ‘500 inglese, auspicava l’uso di misure sempre più violente contro l’Irlanda arrivando a prospettare ipotesi di genocidio della popolazione locale. Le riflessioni di Spenser sono indicative delle idee sulla questione irlandese che circolavano nella classe dirigente inglese.
Nel clima delle guerre di religione, l’Inghilterra temeva che le potenze cattoliche, Francia e Spagna, potessero istigare gli Irlandesi contro gli Inglesi, perciò nel 1649 il conflitto sale d’intensità: Cromwell sbarca in Irlanda col suo esercito di puritani e mette l’isola a ferro e fuoco. Il condottiero della “Divina Provvidenza” mise in atto una vera e propria pulizia etnica che falcidiò un terzo della popolazione. Si avviò anche un traffico di schiavi irlandesi che venivano deportati nelle piantagioni coloniali dove venivano venduti assieme agli schiavi africani. Commentando questi episodi perfino lo storico inglese Toynbee ha notato come emerga nei coloni anglosassoni protestanti una propensione allo sterminio che si è manifestata per la prima volta in Irlanda, e che poi sarà applicata su più vasta scala nelle colonie d’oltreoceano con i Pellerossa.
Per la Chiesa Anglicana la discriminazione dei cattolici era un motivo propagandistico di grande presa sull’opinione pubblica e in Irlanda serviva anche a fomentare la divisione della popolazione locale. Solo alla fine del ‘700 gli Irlandesi abbozzano un tentativo di rivolta che per la prima volta unisce cattolici e protestanti. Il movimento indipendentista irlandese era guidato dal protestante Theobald Wolfe Tone, che nel 1796 riuscì a ottenere l’aiuto di una flotta francese e tentò di cacciare gli Inglesi. La reazione inglese però fu prontissima e particolarmente feroce: nel 1798 la rivolta era stata completamente debellata. Risale a quest’epoca la fondazione del cosiddetto “Ordine d’Orange”, la loggia massonica che ha come obiettivo la persecuzione dei cattolici e che ha organizzato secoli di violenze sistematiche contro i cattolici e gli indipendentisti irlandesi. Ancora oggi questa istituzione proclama apertamente i suoi fini discriminatori che sono chiaramente in contrasto con le legislazioni “antirazziste” dei paesi europei, ma si può scommettere che le coperture massoniche dell’Ordine d’Orange terranno lontani eventuali sguardi indiscreti della magistratura…
Per l’Inghilterra l’Irlanda era una riserva di bestiame e di prodotti agricoli a basso prezzo. Nel 1847 l’isola fu colpita dalla tristemente famosa carestia che spinse all’emigrazione buona parte degli abitanti. Molti andavano negli Stati Uniti, ma molti anche in Inghilterra, dove venivano accolti con disprezzo. Il premier inglese Disraeli affermava: «gli Irlandesi odiano il nostro ordine, la nostra civiltà, la nostra industria intraprendente, la nostra religione pura» (chissà poi che cosa intendeva per “religione pura” l’ebreo Disraeli…).
La pubblicistica inglese attribuiva agli Irlandesi i più ripugnanti stereotipi razzisti: nelle vignette satiriche gli Irlandesi erano sempre raffigurati con fattezze scimmiesche. Sui giornali inglesi si sosteneva l’inferiorità…della razza celtica! E questa tesi è stata accolta anche nel mondo accademico inglese fino alla metà del XX secolo.
Soltanto all’inizio del ‘900 in Irlanda si riorganizza una coscienza identitaria che prende corpo attorno alla rinascita della lingua gaelica. Grandi intellettuali irlandesi come Joyce e Yeats guardavano con interesse alla causa indipendentista. Quando scoppia la prima guerra mondiale l’Inghilterra ha bisogno di carne da cannone e il razzismo anti-irlandese viene messo da parte. In Irlanda i manifesti di arruolamento invitano i giovani a combattere per difendere il cattolico Belgio. Ma nelle zone protestanti dell’isola la propaganda spinge gli abitanti a combattere la cattolica Austria!
Dopo la Grande Guerra il partito repubblicano indipendentista Sinn Féin ottenne il 70% dei consensi: ne derivò lo scontro armato durante il quale si mise in luce il patriota irlandese Michael Collins. Alla fine di una fase di sanguinosi scontri, l’Irlanda ottenne finalmente l’indipendenza, pur con qualche compromesso, fra cui il controllo inglese sull’Ulster.
L’Irlanda era comunque una nazione ancora molto debole e poco sviluppata, i suoi abitanti erano spesso costretti a emigrare in Inghilterra per cercare lavoro, e a Londra molto spesso si trovavano sulle case i cartelli con la scritta “non si affitta agli Irlandesi”.
Inoltre nell’Ulster si trascinava una conflittualità strisciante, con continue vessazioni contro i cattolici. Il diritto di voto era concesso sulla base del censo e poiché i cattolici facevano i lavori più umili le elezioni le vincevano sempre i protestanti. Nel 1969 Londra inviò l’esercito per tenere sotto controllo la situazione, ma quest’iniziativa non fece altro che innescare una spirale di violenza il cui episodio più tristemente celebre è la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972. In quell’occasione i paracadutisti inglesi aprirono il fuoco sui manifestanti uccidendo tredici persone; a tutt’oggi non si sono ancora definitivamente accertate le responsabilità dei fatti.
Sempre a quegli anni risale l’eroico sacrificio di Bobby Sands e dei suoi compagni che morirono in carcere per sciopero della fame.
Oggi la fase più acuta del conflitto sembra superata, ma permane un sentimento di ostilità fra Inghilterra e Irlanda che lascia traccia in modi di dire volutamente provocatori che sono molto in voga nel linguaggio quotidiano di entrambe le parti.
Inoltre in Inghilterra esiste ancora un filone storiografico ispirato a un malsano revisionismo che pretende di minimizzare la spaventosa portata dei crimini inglesi in Irlanda. E la questione non è affatto trascurabile poiché dopo otto secoli di persecuzioni, l’Irlanda avrebbe tutto il diritto di ottenere dall’Inghilterra un risarcimento di proporzioni esorbitanti!


PER UN'IRLANDA UNITA, 
LIBERA E REPUBBLICANA.

Pagine di Storia: 

domenica 29 gennaio 2012

OSCAR LUIGI SCALFARO...


E’ morto Oscar Luigi Scalfaro. Come già per Giorgio Bocca possiamo immaginare la classica “santificazione post-mortem” che, il tipico tempismo italiano, investirà anche questo padre della "patria". Per questo ripubblichiamo due vecchi articoli di giornale per inquadrarne un pò meglio le origini… ed i “meriti” che sono valsi a quest’uomo i tanti onori che gli verranno oggi tributati.

Oscar Luigi Scalfaro: da P.M., mandò al muro 8 persone
di Paolo Pisanò

Sono otto, salvo conguaglio, le condanne a morte di fascisti,chieste ed ottenute, dal pubblico ministero Oscar Luigi Scalfaro, con i suoi colleghi del “tribunale del popolo”, e della “Corte d’Assise Straordinaria” di Novara, dopo il 25 aprile 1945. Ciò, a dispetto della biografia ufficiale dell’attuale presidente della Repubblica, diffusa subito dopo la sua ascesa al Colle, che parla invece dello Scalfaro di cinquant’anni or sono, come di un giovane magistrato “sbalzato in Corte d’Assise a soli 26 anni”, che si trovò alle prese, suo malgrado,con il caso di un solo imputato per il quale ”secondo la legge allora in vigore, la condanna a morte era inevitabile”…
E Scalfaro fu costretto a chiederla, ma non rinunciò ad esternare ai giudici il suo tormento, chiudendo la sua arringa con queste parole: ”A questo punto, però, il pubblico ministero rende noto alla corte che non crede nella pena di morte”.
E c’è anche il lieto fine; l’imputato, condannato alla fucilazione,venne poi graziato, e la condanna non ebbe mai luogo. Fin qui la favola presidenziale. Ma la realtà è un po’ diversa.
Ecco infatti le tappe salienti della carriera del magistrato Scalfaro, ricostruite in base ai fatti certi che siamo in grado di documentare:
1943 - Il futuro presidente della Repubblica entra in magistratura durante l’ultimo fascismo.
1°Maggio 1945 - Lungi dall’essere “sbalzato” in Corte d’Assise suo malgrado, Oscar Luigi Scalfaro assume volontariamente la carica (politica, lottizzata dal CLN locale), di vice presidente del “tribunale del popolo” di Novara.
13 Giugno 1945 - Sostituiti i “tribunali del popolo” con le CAS “Corti d’Assise Straordinarie”,nell’opera di pulizia antifascista, Oscar Luigi Scalfaro passa a fare il Pubblico Ministero presso la CAS di Novara, e sostiene con altri due colleghi, l’accusa nel processo contro Enrico Vezzalini, soldato valoroso e pluridecorato, fascista integerrimo e fedele fino all’estremo ai suoi ideali, già capo della Provincia di Novara durante la RSI. Basti pensare che durante il clima di linciaggio di quei giorni, il cronista de “La Voce del Popolo” di Novara, il 14 giugno 1945, tratteggia la figura di Vezzalini mescolando alla faziosità più scontata anche queste annotazioni. ”E’ un lottatore fortissimo…..Ha un ingegno superiore alla media…Non è un cieco sanguinario, non un manigoldo, non un losco…..Supera tutti i suoi per innegabili qualità personali…..Era un tribuno avvincente e un profondo conoscitore delle passioni popolari:nessuno dimenticherà infatti gli applausi riscossi in un teatro cittadino con un’astuta tirata contro gli industriali…”
15 e 28 Giugno 1945 - L’ufficio del pubblico ministero ottiene la condanna a morte di Enrico Vezzalini e di altri cinque fascisti: Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Condanne eseguite all’alba del 23 settembre 1945. Il cronista de “La Voce del Popolo” annota: ”Vezzalini non smentì se stesso fino all’ultimo”
A questo punto, Oscar Luigi Scalfaro ha già chiesto o contribuito a chiedere e ottenere la condanna di almeno sei persone.
16 Luglio 1945 - Settima vittoria dell’accusa antifascista a Novara: il Pubblico Ministero chiede e ottiene la morte di Giovanni Pompa, 42 anni, già appartenente alla Guardia Nazionale Repubblicana. Sentenza eseguita il 21 ottobre 1945.
12 Dicembre 1945 - Sono trascorsi quasi otto mesi dalla “Liberazione”, ma la sete di “giustizia” capitale in Oscar Luigi Scalfaro, che pure ha già visto scorrere il sangue della vendetta politica, non si è placata:lo zelante magistrato chiede ed ottiene la condannate di un ottavo fascista, Salvatore Zurlo. Dal “Corriere di Novara” del 19 dicembre 1945: ”Il PM Scalfaro parla con vigoria ed efficacia che lo fanno ascoltare senza impazienza dal pubblico che partecipa alle considerazioni dell’egregio magistrato con frequenti assensi.Il PM, dopo la chiarissima requisitoria conclude domandando la pena di morte per lo Zurlo, e il pubblico esprime la sua approvazione e con sentimento”.
E questo, che strappa perfino l’applauso a un pubblico ancora inebriato di morte, sarebbe il giovane magistrato pieno di dubbi e di tormenti ”sbalzato in Corte d’Assise suo malgrado”, come vorrebbe farci credere l’icona presidenziale di cinquant’anni dopo?
L’unica verità del quadretto postumo,  è che di lì a poco,il ripristinoi della legalità vera, consentì un processo d’appello e che la sentenza di morte contro lo Zurlo (non la prima e l’ultima, ma l’ottava),almeno di quelli che siamo in grado di confermare a dispetto delle lacune delle fonti dopo mezzo secolo) fu annullata.
2 Giugno 1946 - Almeno otto condanne a morte ottenute, sette eseguite nell’arco di otto mesi, costituiscono per un pubblico accusatore agli esordi un successo superiore alle possibilità di carriera offerte da un tribunale di provincia.
Oscar Luigi Scalfaro, brillante inquisitore da “tribunale del popolo” si è ormai messo in luce abbastanza per tentare le vie della politica, candidandosi con successo all’Assemblea Costituente e, pur senza abbandonare la magistratura con relative prebende, avviarsi verso la gloria di Roma.

(Fonte: “Il Giornale”, 1995)